lunedì 8 aprile 2013

Fuga di cervelli: trasferirsi all'estero è un destino?

 

Sul Corriere della Sera ho letto la lettera di un architetto italiano che dal 1995 vive a Berlino e non riesco proprio a togliermela dalla testa.

Pietro Balp racconta la sua esperienza di vita in Germania mettendo in evidenza aspetti che nella nostra quotidianità italiana sono lontani anni luce:
Da sette anni circa ho fondato uno studio di architettura con un collega tedesco. Con noi, lavorano dieci persone. Le loro età vanno dai 24 ai 35 anni. Nessuno è stagista, né ha mai lavorato gratis. Nessuno di loro ha dovuto aprire una partita Iva per poter lavorare.
Già solo per questo motivo Pietro Balp ha tutto il diritto di scrivere che "dal punto di vista della cultura del lavoro tra Italia e Germania c'è un abisso, indipendentemente dalla crisi"

A questa frase egli aggiunge poi significativamente:
La mia compagna non ha dovuto sacrificare la sua carriera per nostra figlia Nina, che da quando ha dieci mesi frequenta un asilo nido pubblico.

Ora, è evidente che ciò che scrive il signor Balp non è particolarmente nuovo, nel senso che è noto che pur avendo l'Italia un debito pubblico molto alto, la spesa per il welfare è inferiore rispetto a quella di Paesi come la Francia o la Germania. Quello che mi stupisce è proprio che a leggere queste testimonianze ci si stupisca ancora. Continuo a chiedermi perché cose apparentemente tanto necessarie, come gli asili nido e una determinata concezione esistenziale in cui alla prestazione lavorativa corrisponde uno stipendio, siano così lontane dal nostro modo di vivere. È frustrante sapere che per ottenere certi servizi ed una determinata qualità di vita sembra che non si possa fare altro che rassegnarsi e trasferirsi all'estero.

Ma forse è il destino di noi Italiani quello di essere un popolo di migranti. È nel sangue dei nostri avi, ormai naturalizzati americani, francesi o tedeschi, la voglia di spostarsi per cercare una prospettiva migliore. L'unica differenza rispetto a quelli che negli anni passati venivano semplicemente definiti migranti è nel modo in cui vengono denominati, perché ora che noi Italiani siamo bene o male tutti istruiti questi spostamenti non li chiamiamo più emigrazione, ma fuga di cervelli.


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